Un progetto antropologico tra teatro e memoria

La casa della Memoria. Cagliari 1943 è un progetto avviato nel 2006 dal Cada Die Teatro in collaborazione con la cattedra di Antropologia culturale dell’Università di Cagliari e col sostegno della Fondazione di Sardegna e dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico (ISRE).
La casa ospita oltre 130 testimonianze di chi ha vissuto le tragiche giornate dei bombardamenti da parte dell’aviazione degli Stati Uniti d’America quando la città venne quasi completamente rasa al suolo. Contiene, inoltre, le immagini di alcuni spettacoli del Cada Die Teatro strettamente legati alla ricerca antropologica.

La maggior parte dei testimoni ricorda i tedeschi presenti nell’isola senza alcuna ostilità. Il loro rapporto con la popolazione è spesso migliore di quello che riescono ad instaurare con i militari italiani. Quando, l’8 settembre, i tedeschi abbandonano la Sardegna in fretta e furia, lasciano a disposizione della popolazione tutti i viveri che non possono portare via. Solo in pochi però riescono ad usufruirne perché vengono subito requisiti dai militari italiani.
Il mercato nero prospera. Per avere cento grammi di pane a testa, un po’ di caffè d’orzo o un pezzo di sapone occorrono le tessere annonarie. Non si trova quasi niente. Ogni cosa diventa un possibile oggetto di scambio. Un sigaro può valere un agnello, due pietrine necessarie per gli accendini possono essere scambiate per una forma di formaggio…
Dopo i bombardamenti di domenica 28 febbraio, la maggior parte delle persone scappa da Cagliari. Uno dei pochi treni in partenza viene preso d’assalto, i bimbi infilati dentro dai finestrini. Alcuni riescono a partire su un camion, su un’autovettura, con un carretto trainato da un cavallo o a piedi, con borsoni, valigie, carriole con dentro le poche cose che sperano di salvare. Quasi nessuno sa se troverà accoglienza e dove, ma l’importante è scappare da Cagliari…
Prima della guerra molti cagliaritani guardavano gli abitanti dei paesi della Sardegna con un atteggiamento di superiorità. Ma dopo la fuga dalla città bombardata, la vita de is casteddaius dipende dal grado di generosità de is biddunculus a cui chiedono ospitalità. Per alcuni è la nascita di amicizie che dureranno tutta la vita. Per altri sono periodi di sofferenza e fame costretti a barattare lenzuola, ori e terreni per avere un po’ di latte o un pezzo di pane…
È l’argomento che è comparso in quasi tutte le testimonianze. Tanti cagliaritani, che non sono mai andati in campagna alla ricerca di bietole, cicoria o finocchietti selvatici, diventano grandi conoscitori della nostra vegetazione commestibile. Nascono ricette frutto della fame e della fantasia: dalle minestre con molte erbe e minuscoli pezzetti di pane nero, ai fiori di campo cucinati col sangue di bue. “Ita cosa bona chi fiat!”
Sembra che per la prima volta il voto di portare Sant’Efisio in processione non potrà essere sciolto. Al di là del pericolo, il cocchio non riuscirebbe ad avanzare tra le macerie. La mattina del primo maggio del '43, un camioncino verde si ferma davanti alla chiesa di Sant’Efisio. A bordo ci sono Giovanni Vargiu, l’autista, e Puppo Gorini, un ragazzo di 17 anni. Caricano la statua sul camion. Pian piano una piccola folla di donne in nero, vecchi e militari, in un silenzio spettrale, s'accoda al camioncino lungo le vie della città distrutta.